Nella giornata di ieri il Consiglio dei Ministri ha varato un decreto recante "Disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca". Il titolo è molto ambizioso, i contenuti in realtà molto meno.
L'art. 1 prevede a regime il blocco del reclutamento di ricercatori e
docenti per gli Atenei che superino il tetto del 90% alle spese di
personale, compresa l'indisponibilità dei fondi di 20-40-80 milioni
previsti dalla Finanziaria 2007. Prevede inoltre un allentamento del
blocco della L.133 sul reclutamento, portando il turn-over dal 20 al
50% della spesa corrispondente al personale in uscita, e specificando
che il 60% degli accessi deve essere riservato ai ricercatori. La
norma così concepita rischia tuttavia di rappresentare un aggravamento
netto della stessa 133: per gli Atenei che superano il 90% delle spese
di personale non c'è più neppure il 20% del turn-over; per gli altri,
il taglio dei finanziamenti, che resta quello proposto in Finanziaria,
li porterà in due anni quasi tutti oltre il 90%, generando lo stesso
effetto di blocco totale. In realtà l'intervento necessario deve
muoversi su un doppio binario: insieme allo sblocco del reclutamento
(per il quale continuiamo a chiedere un investimento straordinario che
faccia fronte alle massicce uscite per pensionamento previste),
occorre cancellare i tagli del finanziamento, che precipiteranno la
gran parte degli Atenei oltre il 90% e in una condizione di squilibrio
strutturale di bilancio.
Lo stesso articolo modifica la composizione delle commissioni per il
reclutamento di ricercatori, e per le valutazioni ai fini del
passaggio a I e II fascia, prevedendo che siano composte da un
componente d'Ateneo e da quattro sorteggiati da una lista nazionale di
quindici appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando. Resta
la doppia idoneità. Per l'accesso dei ricercatori la valutazione si
svolge solo sui titoli e pubblicazioni prodotte. Le norme valgono per
tutte le procedure, anche in corso, per le quali non si siano già
costituite le commissioni. Le norme introducono qualche elemento di
maggiore trasparenza nelle procedure, ma hanno per effetto un
ulteriore slittamento dei tempi delle valutazioni. Appare poi grave ed
incomprensibile il fatto che le commissioni sono composte tutte e
soltanto da professori ordinari, comprese quelle per l'accesso dei
ricercatori, escludendo le altre fasce. Gli ordinari diventano giudici
ed arbitri esclusivi di accessi e promozioni: non è esattamente la
nostra idea di una comunità universitaria di pari, distinti solo per
maturità scientifica.
L'articolo, infine, elimina il taglio del 10% alle dotazioni organiche
degli enti di ricerca. Positivo, ma dopo un faticoso giro si torna
esattamente alla situazione di prima: perché non viene introdotto
anche per gli enti il criterio per il calcolo del turn-over utilizzato
per l'Università basato sulle risorse economiche dei pensionandi, e
non sul loro numero? Rimane poi il regime autorizzativo che, la storia
ci insegna, blocca in molti casi l'autonomo sviluppo degli enti
indipendentemente dai fondi disponibili. Perché, come per
l'Università, non si supera il vincolo della pianta organica?
L'articolo 2 (misure per la qualità del sistema universitario) prevede
che una quota non inferiore al 7% del finanziamento ordinario
complessivo (quello attuale, non in misura aggiuntiva) venga ripartita
sulla base dei risultati dei processi formativi e delle attività di
ricerca scientifica (e fin qui tutto bene, sono anni che chiediamo di
cambiare i parametri della distribuzione in senso veramente premiante), "nonché della effettiva riduzione dei corsi di studio e del
ridimensionamento delle sedi didattiche". Qui l'ideologia ha preso la
mano al Ministro: nella polemica (giusta, in molti casi) sulla
proliferazione impropria delle sedi e dei corsi, si fa di ogni erba un
fascio, con il risultato che chi si è comportato meglio -non avendo da
tagliare- avrà meno chances di essere destinatario del finanziamento "virtuoso". I criteri di erogazione li decideranno il CNVSU e il CIVR.
L'articolo 3 incrementa di 65 milioni l'edilizia per residenze
studentesche, e di 135 milioni le borse di studio. Siamo lieti di
questo importante ripensamento, visto che la Finanziaria riduceva del
60% i fondi per il diritto allo studio. Bene, anche se ci chiediamo le
ragioni di questa folgorazione sulla via di Damasco, essendo per
natura poco inclini alle folgorazioni.
L'articolo 4 provvede alla copertura finanziaria del decreto.
Il Consiglio dei Ministri ha poi varato uno schema di DPR che
autorizza le istituzioni AFAM ad assumere 110 docenti di prima e
seconda fascia per far fronte alle necessità didattiche. Anche qui:
bene, perché il ruolo ad esaurimento della docenza AFAM previsto dalla
L.508/99 è un numero chiuso in esaurimento, e la possibilità di assumere rompe una gabbia che porta alla consunzione delle
istituzioni. Ma è chiaro che il problema del personale è un tassello
di un puzzle complicatissimo in cui l'AFAM è avviluppata, su cui
permane una cappa di silenzio e paralisi da parte del MIUR, e che sta,
giorno per giorno, uccidendo le nostre Accademie e i nostri
Conservatori.
In conclusione: anche se alcune misure, prese singolarmente,
migliorano un po' la drammatica situazione attuale, non si vede in
alcun modo all'orizzonte la volontà della correzione radicale di rotta
che si rende necessaria. E' del tutto evidente che le grandi
mobilitazioni in corso stanno preoccupando il Governo in modo
crescente, e che è in corso un tentativo di allungare i tempi,
sperando in un calo di tensione, e di produrre qualche modifica da
spendere come soluzione dei problemi. Resta invece la L. 133, con
tutti i suoi tagli e vincoli distruttivi, restano il decreto
ammazza-precari e le norme Brunetta, resta una Finanziaria da
strangolamento. Resta il silenzio perdurante del Ministero rispetto al
dialogo con le parti sociali.
La radicale correzione di rotta non può che essere costituita dalla
cancellazione di queste norme, e in seguito dall'apertura di un
confronto a tutto campo che riscriva l'agenda delle priorità e delle
criticità da affrontare, e individui le soluzioni congrue e
condivisibili. Per queste ragioni, lo sciopero e la manifestazione del
14 novembre assumono una rilevanza assoluta e sono confermati in
assenza di atti concreti rispetto ai contenuti della piattaforma dello
sciopero: per dimostrare che il mondo dell'Università, della Ricerca,
dell'AFAM chiede con chiarezza provvedimenti che ridiano un futuro
alle istituzioni, a chi vi opera, agli studenti e ai cittadini.
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